La legge italiana sulla cittadinanza è del 1992 e si fonda sullo ius sanguinis: si è italiani per discendenza. Chi nasce in Italia da genitori stranieri può chiedere la cittadinanza al compimento dei 18 anni, entro una finestra ristretta e dimostrando la residenza continuativa.
La proposta di ius scholae, presentata in Parlamento nell'ottobre 2024 e tornata al centro del dibattito nelle estati successive, punta a legare la cittadinanza al percorso scolastico: chi ha frequentato almeno dieci anni di scuola in Italia potrebbe ottenerla senza aspettare la maggiore età. Secondo le stime della Fondazione ISMU, riguarderebbe circa 200.000 studenti.
La riforma non è mai stata approvata. Ha attraversato più legislature, ha spaccato il centrodestra, con Forza Italia su posizioni aperturiste, e ogni volta si è fermata prima del voto in aula.
A FAVORE
Chi sostiene lo ius scholae parte da un dato di fatto che nessuno contesta: questi ragazzi ci sono già. Sono nati qui o arrivati da piccoli, parlano italiano come prima lingua, hanno fatto le elementari e le medie con i compagni di classe italiani, e in molti casi non hanno mai vissuto nel paese di cui sono formalmente cittadini. La legge, in questa lettura, non crea nuovi italiani: registra una realtà già esistente.
Il secondo argomento è pratico e riguarda i costi dell'attesa. Senza cittadinanza un diciassettenne non può partecipare a certi concorsi, ha difficoltà nelle gite scolastiche all'estero, non può accedere a determinate borse di studio, e in alcuni sport non può essere tesserato nelle categorie nazionali. Sono ostacoli che colpiscono nel momento in cui si costruisce un percorso, non dopo.
Terzo, il criterio scelto. Lo ius scholae non è ius soli: non basta nascere sul territorio, servono dieci anni di scuola frequentata. È un requisito di integrazione effettiva più stringente di quello di molti paesi europei, e più selettivo della nascita casuale. I sostenitori lo presentano proprio come la via mediana tra il sangue e il suolo.
Infine l'argomento demografico, quello che nel dibattito pesa di più e si dice di meno: l'Italia ha un saldo naturale negativo da anni. Tenere fuori dalla piena cittadinanza duecentomila ragazzi già scolarizzati qui, sostengono i favorevoli, è una scelta che un paese che invecchia non può permettersi.
CONTRO
I contrari non contestano che questi ragazzi siano integrati. Contestano che la scuola sia il criterio giusto per attribuire la cittadinanza. Frequentare dieci anni di scuola dell'obbligo è un dovere di legge per chiunque risieda in Italia, non un merito: farne il titolo per diventare cittadini significa, secondo questa posizione, trasformare un adempimento in un automatismo.
Il secondo argomento riguarda la famiglia. La cittadinanza del minore trascina conseguenze sul nucleo, dal ricongiungimento alla stabilizzazione del permesso di soggiorno dei genitori. I critici sostengono che una riforma presentata come misura sui ragazzi finisca in pratica per essere una riforma sull'immigrazione degli adulti, discussa però senza dirlo apertamente.
Terzo, l'obiezione sulla priorità. La legge del 1992 ha molti problemi riconosciuti anche a destra: i tempi biblici delle pratiche, gli uffici sotto organico, la finestra troppo stretta per i diciottenni nati qui, che spesso perdono il diritto per un ritardo burocratico non loro. Chi si oppone allo ius scholae propone di intervenire lì, accorciare i tempi, semplificare, sanare i casi persi per errore amministrativo, invece di cambiare il criterio di accesso.
Infine la questione del consenso. Una modifica delle regole su chi è cittadino tocca l'identità di una comunità politica, e i contrari sostengono che vada fatta con maggioranze ampie e non a colpi di voto risicato. Che la proposta si areni ogni volta, in questa lettura, non è un incidente parlamentare: è il segnale che il consenso non c'è.
Il paradosso italiano è che quasi tutti riconoscono che la legge del 1992 non funziona più, e proprio per questo non si riesce a cambiarla: chi vuole allargare e chi vuole solo semplificare si bloccano a vicenda.
Nel frattempo i ragazzi coinvolti compiono diciotto anni uno dopo l'altro e la questione si risolve da sé, un caso alla volta, per esaurimento anagrafico. È il modo più costoso possibile di non decidere.
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