La Camera ha approvato il 16 luglio 2026 la nuova legge elettorale, battezzata "legge Bignami" dal nome del primo firmatario, il capogruppo di Fratelli d'Italia a Montecitorio Galeazzo Bignami. Il testo è ora all'esame del Senato, dove può ancora cambiare.
I tre pilastri della riforma sono chiari: la soglia per far scattare il premio di maggioranza sale al 42% dei voti, il tetto dei seggi assegnabili con il premio scende a 220, e sparisce il ballottaggio tra le prime due coalizioni. Chi non arriva al 42% non prende nulla di più di quello che ha conquistato nelle urne.
Il percorso non è stato liscio nemmeno dentro la maggioranza: il centrodestra è stato battuto per un solo voto sull'emendamento che reintroduceva le preferenze, e si è spaccato di nuovo sull'emendamento presentato dall'area vicina a Roberto Vannacci. La partita vera si gioca ora a Palazzo Madama.
A FAVORE
Chi difende la riforma parte da un dato che nessuno contesta: l'Italia è il paese delle legislature interrotte e dei governi tecnici. Dal 1994 a oggi si sono succeduti esecutivi nati da maggioranze costruite dopo il voto, spesso diverse da quelle che gli elettori avevano scelto la domenica delle elezioni. Un premio di maggioranza che scatta solo sopra il 42% è, secondo i sostenitori, esattamente il correttivo che serviva.
Il punto centrale è la soglia. Le leggi elettorali precedenti assegnavano premi molto generosi a chi arrivava primo anche con percentuali basse: il Porcellum non prevedeva alcuna soglia minima, e proprio per questo la Corte costituzionale lo bocciò. Fissare l'asticella al 42% significa che il premio è un riconoscimento di un consenso reale, non un regalo a una minoranza organizzata.
L'eliminazione del ballottaggio, in questa lettura, va nella stessa direzione. Il secondo turno tra coalizioni è il meccanismo che consente a chi ha preso il 25% al primo turno di governare da solo dopo due settimane di alleanze improvvisate: è lì che si crea la distorsione più grave, non nel premio. Meglio nessun premio che un premio costruito su una maggioranza artificiale.
Infine il tetto dei 220 seggi. È il freno che impedisce a una coalizione di ottenere da sola i numeri per cambiare la Costituzione senza passare da un referendum. Chi sostiene la riforma la presenta come una scelta di garanzia: si dà stabilità al governo, non potere costituente alla maggioranza.
CONTRO
I critici contestano prima di tutto il metodo. Una legge elettorale è la regola del gioco democratico e, nelle democrazie mature, si cambia con il consenso più largo possibile, non a colpi di maggioranza a un anno e mezzo dal voto. Approvarla con i soli numeri del centrodestra, e per giunta con la maggioranza che si spacca al proprio interno, indebolisce la legittimità del risultato.
Sul merito, l'obiezione più forte riguarda proprio il 42%. Con l'attuale distribuzione dei consensi, nessuna coalizione oggi supererebbe quella soglia senza costruire un cartello elettorale largo. Il rischio concreto è quello di un sistema che nella pratica non produce mai il premio, restituendo esattamente l'ingovernabilità che dice di voler combattere, ma questa volta senza nemmeno il ballottaggio come valvola di sfogo.
C'è poi la questione delle preferenze, ed è quella che ha spaccato l'aula. Senza preferenze, i parlamentari li scelgono le segreterie di partito attraverso le liste bloccate. Chi critica la riforma sostiene che il vero problema della rappresentanza italiana non sia la stabilità dei governi, ma la distanza tra eletti ed elettori: una legge che lascia intatte le liste bloccate non risolve nulla e anzi consolida il potere delle nomenklature.
Infine il sospetto politico, che i detrattori non nascondono: una riforma scritta da chi è in vantaggio nei sondaggi tende a essere tagliata su misura per chi la scrive. Fratelli d'Italia viaggia intorno al 27%, il Partito Democratico intorno al 21%: la geometria del premio, dicono gli oppositori, non è neutra rispetto a questi numeri.
Il testo è al Senato e non è ancora legge. Le due partite aperte sono le preferenze, bocciate per un solo voto alla Camera, e la tenuta della maggioranza su un tema che l'ha già divisa due volte.
Resta la domanda di fondo, che non è tecnica ma politica: una democrazia deve garantire prima che si sappia chi governa la sera stessa del voto, o prima che il Parlamento assomigli davvero a come hanno votato i cittadini? Su questo, in Italia, non c'è mai stato accordo.
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