Domenica 19 luglio 2026, quartiere Pilastro di Bologna. Alcuni residenti chiamano la polizia: un uomo urla in strada chiedendo aiuto e sbatte la testa contro un muro. È Abderrahim Fakir, 42 anni, in Italia da quando ne aveva sette, titolare di una piccola impresa di logistica.
Secondo le testimonianze e i video diffusi nei giorni successivi, gli agenti usano lo spray al peperoncino e poi lo immobilizzano a terra per ammanettarlo. Durante il fermo Fakir smette di respirare. In una delle registrazioni si sente la sua voce: "Aiuto, basta".
La procura di Bologna apre un fascicolo per omicidio colposo. Sei persone risultano coinvolte nella vicenda, due agenti e quattro soccorritori della Croce Rossa, ma nessuno riceve un avviso di garanzia: il pubblico ministero applica lo strumento che consente di sospendere l'atto quando può configurarsi una causa di giustificazione. Il caso ha diviso la politica: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato di "fatto inaccettabile", la segretaria del Pd Elly Schlein ha detto che "lo Stato ha fallito".
A FAVORE
Chi difende lo strumento parte da una constatazione pratica: un agente di polizia interviene per obbligo di legge, spesso in pochi secondi, su situazioni che nessuno gli ha spiegato prima. Non sceglie di trovarsi lì. Se ogni intervento finito male producesse automaticamente un indagato, il risultato sarebbe una polizia che non interviene più, o che interviene tardi e in modo difensivo, con costi che ricadrebbero sugli stessi cittadini che chiamano il 112.
Il secondo argomento è tecnico e riguarda il significato dell'avviso di garanzia. Nel sistema italiano l'iscrizione nel registro degli indagati è un atto dovuto e di garanzia, ma nel racconto pubblico funziona come una condanna anticipata. Sospenderla quando è plausibile una causa di giustificazione, per esempio l'uso legittimo delle armi o l'adempimento di un dovere, non chiude l'indagine: la lascia proseguire senza esporre persone alla gogna prima che si sappia cosa è successo.
C'è poi il dato di contesto. Gli agenti coinvolti sono un capopattuglia di 28 anni e un assistente di 23. Entrambi si sono allontanati dal servizio, uno in licenza e l'altro in malattia. Chi sostiene lo scudo osserva che sono ragazzi mandati a gestire da soli una crisi psichiatrica in strada, senza formazione specifica e senza personale sanitario sul posto: il problema è a monte, nell'organizzazione, non nella loro colpevolezza individuale.
Infine il principio: la presunzione di innocenza vale anche per chi porta una divisa. Trattare gli agenti come sospetti per default, sostengono i favorevoli, significa applicare al contrario lo stesso pregiudizio che si dice di voler combattere.
CONTRO
Chi contesta lo scudo non nega che gli agenti operino in condizioni difficili. Contesta che sia la procura, in una fase in cui i fatti non sono ancora accertati, a decidere in anticipo che una causa di giustificazione probabilmente esiste. È esattamente ciò che l'indagine dovrebbe stabilire, non ciò da cui dovrebbe partire.
Il punto pratico è l'asimmetria. Un cittadino qualunque coinvolto in una morte durante una colluttazione viene iscritto nel registro degli indagati il giorno stesso, e da lì si difende. Chi indossa una divisa, in questa vicenda, no. I critici sostengono che questa differenza non riguardi la sostanza del processo ma la fiducia: una comunità che vede applicare due standard smette di credere che la giustizia sia uguale per tutti, e quella sfiducia è un problema di ordine pubblico prima ancora che di diritto.
C'è poi la questione delle prove. Sono emersi più video che ricostruiscono la dinamica del fermo, e la moglie di Fakir ha parlato pubblicamente di "esecuzione". Con materiale documentale di questo peso già in circolazione, sospendere gli atti formali produce l'effetto opposto a quello dichiarato: l'opinione pubblica giudica comunque, ma lo fa sui video invece che su un'istruttoria ordinata.
Infine l'argomento istituzionale: uno strumento nato per casi eccezionali diventa pericoloso quando si applica in situazioni ricorrenti. Le morti durante fermi e trattenimenti non sono un'anomalia isolata, e se ogni volta scatta la sospensione, lo scudo smette di essere una garanzia e diventa un'esenzione di fatto.
L'inchiesta della procura di Bologna è aperta e nessuna responsabilità è stata accertata. Quello che il caso Fakir mette sul tavolo è una domanda che l'Italia rinvia da anni: come si gestisce una crisi psichiatrica in strada, e chi deve gestirla.
Se l'unica risposta disponibile alle 4 del mattino è una pattuglia di due ventenni, il problema non si risolve né condannandoli né proteggendoli. Su questo, però, il dibattito politico si è acceso molto meno.
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