PROCESSOgiustizia5 agosto 2026
Caso Roggero: la Cassazione ha condannato. L’Italia è d’accordo?
di Redazione POLEMICO

IL CASO
Il 28 aprile 2021, nel pomeriggio, tre uomini con il volto coperto entrano nella gioielleria di Mario Roggero a Gallo di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo. Sono armati di un coltello e di una pistola che risulterà poi essere un'arma giocattolo. Minacciano il commerciante, la moglie e la figlia, e si fanno consegnare gioielli e denaro custoditi nella cassaforte.
Completato il colpo, i tre escono dal retro del negozio per raggiungere l'auto usata per la fuga. È in quel momento che Roggero prende la propria pistola, legalmente detenuta, li insegue nel parcheggio ed esplode diversi colpi contro la vettura. Nella sparatoria muoiono Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli.
Nel luglio 2026 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione, confermando anche il risarcimento di 780mila euro dovuto alle famiglie delle vittime. Un elemento emerso nel corso dei procedimenti riguarda un precedente del 2005, in cui Roggero era stato coinvolto in un episodio con il fidanzato della figlia.
L'ACCUSA
L'impianto accusatorio, accolto in tutti i gradi di giudizio, si regge su un elemento temporale preciso: quando Roggero ha sparato, la rapina era finita.
I tre uomini avevano già lasciato il negozio e si stavano dirigendo verso l'auto per allontanarsi. In quel momento nessuno stava minacciando né lui né i suoi familiari: l'aggressione era cessata, e con essa il presupposto stesso della legittima difesa, che richiede un pericolo attuale e non un pericolo passato. Quello che è seguito non è stato un atto difensivo ma un inseguimento.
Il secondo pilastro riguarda il bene tutelato. In quel frangente ciò che restava in gioco era esclusivamente il patrimonio: i gioielli e il denaro che i rapinatori portavano via. L'ordinamento italiano non consente di uccidere per difendere la proprietà quando l'incolumità delle persone non è più minacciata, e su questo la valutazione dei giudici è stata costante lungo tutto il percorso processuale.
C'è poi la questione della proporzione. Roggero ha esploso più colpi contro un veicolo in movimento in un parcheggio, in una situazione in cui la traiettoria dei proiettili non era controllabile e in cui erano potenzialmente esposte anche persone estranee. Due uomini sono morti. Per l'accusa la reazione non è stata soltanto tardiva rispetto all'aggressione: è stata sproporzionata rispetto a qualunque interesse che, in quell'istante, potesse ancora essere difeso.
LA DIFESA
La difesa ha costruito il proprio impianto sulla condizione psicologica di chi ha appena subito una rapina a mano armata insieme alla propria famiglia.
Il punto centrale è che la distinzione tra "aggressione in corso" e "aggressione conclusa" è nitida in un'aula di tribunale e non lo è affatto nei secondi in cui i fatti accadono. Roggero aveva appena visto puntare un'arma contro la moglie e la figlia. Che quell'arma fosse un giocattolo lo si è saputo dopo: in quel momento, per lui, era una pistola vera. Pretendere una valutazione lucida sul momento esatto in cui il pericolo cessa significa, secondo la difesa, chiedere alla vittima un sangue freddo che la situazione rende impossibile.
Il secondo argomento riguarda la percezione della continuità dell'evento. Per chi lo vive, una rapina non finisce nell'istante in cui i rapinatori varcano la soglia: finisce quando si è certi che non torneranno. I tre stavano raggiungendo un'auto e non era dato sapere se si sarebbero allontanati o se avrebbero potuto rientrare.
Infine la difesa ha insistito sul contesto normativo. La riforma del 2019 era stata presentata all'opinione pubblica con la formula "la difesa è sempre legittima", generando nei cittadini un'aspettativa di tutela molto più ampia di quella che il testo effettivamente garantisce. Chi si trova ad agire lo fa con in testa quello slogan, e poi viene giudicato con criteri diversi.
ANALISI
Il caso ha attraversato cinque anni di procedimenti e ha diviso il Paese lungo una linea che non coincide con quella politica tradizionale. La sentenza definitiva ha chiuso la vicenda giudiziaria, ma non quella pubblica.
Un elemento utile a inquadrare il dibattito arriva dal confronto internazionale: analisi comparate condotte proprio a partire da questo caso indicano che in Germania, Francia e Spagna la valutazione giuridica sarebbe stata sostanzialmente analoga, perché anche quegli ordinamenti escludono l'uso della forza letale a difesa del solo patrimonio. L'Italia, su questo, non rappresenta un'eccezione europea.
Resta il nodo che nessuna sentenza può sciogliere: la distanza tra ciò che la legge chiede, cioè una valutazione proporzionata in tempo reale e sotto shock, e ciò che una persona è realisticamente in grado di fare in quei secondi. È su questa distanza che si è aperto il dibattito parlamentare sulla riforma della legittima difesa, ed è su questa che si chiede di esprimersi.
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