Il Consiglio dei ministri del 10 giugno 2026 ha approvato in esame preliminare due decreti attuativi della legge nazionale sull'intelligenza artificiale, la n. 132 del 2025 che recepisce l'AI Act europeo. Il punto più discusso stabilisce che le decisioni su assunzioni, trasferimenti, sanzioni disciplinari e licenziamenti non possono essere affidate esclusivamente a sistemi automatizzati.
In parallelo il Ministero del Lavoro ha istituito l'Osservatorio sull'intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, operativo dal 2026, con il compito di monitorare l'impatto su aziende e lavoratori e individuare i settori più esposti.
I dati sul mercato del lavoro sono ambivalenti: nelle aziende del settore gli occupati sono cresciuti del 12,1% in un anno, con forte espansione di cybersecurity e machine learning, ma l'automazione tende ad allargare la distanza tra lavoratori altamente qualificati e figure meno specializzate.
A FAVORE
Chi difende il divieto parte dal problema della spiegabilità. Un licenziamento in Italia deve essere motivato, e la motivazione deve poter essere contestata davanti a un giudice. Un sistema di machine learning produce un punteggio, non una motivazione: sa dire che un profilo è a rischio, non perché. Senza un decisore umano che si assume la responsabilità dell'atto, il lavoratore perde la possibilità concreta di difendersi.
Il secondo argomento riguarda i bias. Gli algoritmi di valutazione imparano dai dati storici dell'azienda, e i dati storici contengono le discriminazioni del passato: se in un reparto le donne hanno storicamente ricevuto valutazioni più basse dopo la maternità, il modello impara quel pattern e lo replica presentandolo come oggettivo. Il divieto di decisione esclusivamente automatica è, in questa lettura, l'unico argine praticabile.
Terzo, la coerenza con il quadro europeo. L'AI Act classifica i sistemi usati nella gestione del personale come ad alto rischio proprio perché incidono su diritti fondamentali. L'Italia non sta inventando un vincolo nazionale: sta applicando una scelta già compiuta a Bruxelles, e lo fa con una norma chiara invece che lasciarla all'interpretazione caso per caso.
Infine il punto sulla fiducia: l'adozione dell'IA in azienda funziona se i lavoratori non la vivono come una minaccia. Una regola che dice esplicitamente "la decisione finale resta a una persona" rende l'introduzione degli strumenti più accettabile, non meno, e quindi più veloce.
CONTRO
I critici non contestano il principio ma la sua applicabilità. La norma vieta la decisione "esclusivamente" automatizzata, e in pratica quasi nessuna azienda licenzia premendo un tasto: c'è sempre un manager che firma. Se basta una firma umana su una decisione già preparata dall'algoritmo per essere in regola, il divieto non protegge nessuno e si riduce a un adempimento formale, la cosiddetta supervisione di facciata.
Il secondo argomento è competitivo. L'AI Act è già considerato il regime più restrittivo al mondo, e i decreti attuativi nazionali aggiungono un ulteriore strato. Per una grande impresa i costi di compliance sono gestibili; per una piccola o media impresa italiana, che è la struttura prevalente del nostro tessuto produttivo, diventano una barriera all'adozione. Il rischio, secondo i critici, è che le regole finiscano per proteggere i lavoratori delle aziende che l'IA non la useranno comunque.
Terzo, la questione del confine. Uno strumento che ordina i curriculum per rilevanza sta "decidendo" un'assunzione? Un software che segnala anomalie nei turni sta preparando una sanzione disciplinare? Senza definizioni operative precise, sostengono i contrari, il contenzioso si sposta sull'interpretazione e la certezza del diritto si perde per entrambe le parti.
Infine l'obiezione di merito: il problema del lavoro con l'IA non è chi firma il licenziamento, è che alcune mansioni stanno sparendo. Concentrare la regolazione sulla procedura decisionale, mentre non si costruisce un sistema di riqualificazione all'altezza, significa presidiare la porta sbagliata.
L'Osservatorio del Ministero del Lavoro produrrà i primi dati e le prime linee guida proprio su questo: quali settori e quali professioni sono realmente toccati.
La partita si giocherà lì, non sul principio. Perché una norma che dice che deve decidere un essere umano vale quanto la capacità di verificare che quell'essere umano abbia davvero deciso qualcosa.
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