Medici gettonisti: proroga necessaria o stop definitivo?
Redazione POLEMICO

Foto: Sciking · CC BY-SA 4.0
La legge del 2023 voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci ha vietato alle aziende sanitarie di assumere nuovi medici a gettone tramite cooperative esterne. Il divieto pieno doveva scattare il 31 luglio 2025, ma una deroga di dodici mesi per i reparti in maggiore affanno lo ha prorogato fino al 31 luglio 2026. Nella bozza del decreto Pubblica amministrazione circolata il 4 agosto 2026 era comparsa una nuova proroga fino al 30 giugno 2027, chiesta dalle Regioni. È sparita nel testo approvato lo stesso giorno dal Consiglio dei ministri. Ora la scelta è tra riaprire alla proroga o tenere fermo lo stop.
A FAVORE
Per chi chiede la proroga, il problema non è ideologico ma di sopravvivenza dei pronto soccorso. La Società italiana di medicina d'emergenza urgenza stima che ad agosto 2026 mancassero quasi 7.000 medici di pronto soccorso in Italia, contro i circa 5.000 mancanti nel resto dell'anno. In Sardegna la Regione ha dovuto ammettere che senza gettonisti alcuni pronto soccorso rischiano il blocco: a giugno 2026 erano ancora 64 i medici a chiamata impiegati nei reparti d'urgenza dell'isola. A Foggia il Policlinico Riuniti ha in servizio 16 medici su 34 previsti in pianta organica, e uno dei pochi rimasti sta per andare in pensione. In questi contesti, dicono i sostenitori della proroga, i gettonisti non sono un vezzo ma l'unico modo per tenere aperto un reparto che altrimenti chiuderebbe i battenti o dirotterebbe i pazienti su ospedali già saturi, con rischi diretti per chi arriva in emergenza. Bloccare per legge uno strumento senza prima aver risolto la carenza strutturale di personale, sostengono, significa scaricare il problema sui pazienti.
CONTRO
Per chi difende lo stop, i gettonisti non sono la soluzione ma la causa che si autoalimenta. Il ministero della Salute guidato da Schillaci si è opposto alla proroga inserita nella bozza del 4 agosto 2026 e l'ha fatta cadere nel testo definitivo del decreto Pubblica amministrazione approvato lo stesso giorno. L'argomento centrale è la spesa: solo la Sardegna ha versato oltre 328 milioni di euro in gettonisti tra il 2024 e il 2025, circa un terzo della spesa nazionale per questo tipo di contratti, denaro che secondo il ministero avrebbe potuto finanziare assunzioni stabili. A maggio 2026 i gettonisti erano presenti nel 54 per cento dei pronto soccorso italiani, un dato che per il ministero dimostra come la deroga temporanea del 2023 si sia trasformata in una prassi strutturale invece che in un ponte verso le assunzioni. Continuare a prorogare, sostiene questa posizione, toglie alle Regioni ogni incentivo a investire in borse di specializzazione e stabilizzazioni, e prolunga all'infinito un sistema più caro e meno affidabile di quello che dovrebbe sostituire.
Il nodo resta lo stesso da tre anni: come coprire i turni di pronto soccorso senza personale a sufficienza, senza spendere una cifra crescente in contratti temporanei e senza lasciare reparti scoperti nel frattempo. Il decreto del 4 agosto 2026 ha rinviato la decisione, non l'ha chiusa, e le Regioni in maggiore difficoltà continuano a chiedere una proroga che il ministero della Salute non vuole concedere. Tra chi vede nei gettonisti un salvagente necessario e chi li considera un problema che si perpetua, la parola passa al voto.
DOMANDE E RISPOSTE
D: Cosa sono i medici gettonisti? R: Sono medici assunti a tempo determinato dalle aziende sanitarie tramite cooperative esterne, pagati a turno con compensi più alti di quelli dei contratti ordinari, di solito per coprire i buchi negli organici dei pronto soccorso.
D: Quando scatta il divieto di assumerli? R: Il divieto pieno previsto dal decreto legge 34 del 2023 doveva partire il 31 luglio 2025. Una deroga di dodici mesi per i reparti più in affanno lo ha spostato al 31 luglio 2026, data ormai passata senza una nuova proroga in vigore.
D: Quanto costano alle Regioni? R: Solo la Sardegna ha speso oltre 328 milioni di euro in gettonisti tra il 2024 e il 2025, circa un terzo della spesa nazionale stimata per questo tipo di contratti.
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