I numeri della questione abitativa italiana sono diventati difficili da ignorare. Secondo l'OCSE il 79% dei giovani tra i 20 e i 29 anni vive ancora con i genitori, e si esce di casa in media a 30,1 anni: il quarto valore più alto dell'Unione Europea.
Sul mercato, l'Osservatorio Nomisma rileva un aumento medio dei canoni del 3,5% su base annua, che sale al 9,5% nel segmento degli affitti per studenti. Una stanza singola a Milano viaggia tra i 600 e gli 800 euro, a Bologna tra i 550 e i 600, a Roma intorno ai 500. A fronte di circa 500.000 studenti fuori sede, i posti letto nelle residenze universitarie pubbliche sono circa 60.000.
Il Piano casa previsto dalla legge di bilancio mette a disposizione 200 milioni: 100 per il 2026 e 100 per il 2027.
A FAVORE
Chi chiede un intervento sui canoni parte dal fatto che il mercato, in questo caso, non si autoregola. Nelle città universitarie e nei grandi centri la domanda è rigida, chi studia o lavora lì deve stare lì, e l'offerta è limitata dallo spazio fisico disponibile. In un mercato con queste caratteristiche il prezzo non trova un equilibrio: sale finché qualcuno riesce a pagarlo, e chi non ce la fa esce dalla città.
Il secondo argomento riguarda la concorrenza degli affitti brevi. Nei centri storici di Firenze, Venezia, Roma e Bologna una quota crescente del patrimonio residenziale è passata alle locazioni turistiche, dove il rendimento per metro quadro è superiore. I sostenitori dei canoni calmierati chiedono che questa conversione sia regolata: non vietata, ma limitata dove sottrae case alla residenza stabile.
Terzo, la scala delle risorse pubbliche. Duecento milioni su due anni, a fronte di 440.000 studenti fuori sede senza posto letto pubblico, corrispondono a poche migliaia di alloggi. Chi sostiene questa posizione osserva che con cifre di questo ordine il canone concordato e i vincoli sono l'unico strumento che produce effetti nel breve periodo, perché costruire richiede anni.
Infine l'argomento di equità generazionale: chi ha comprato casa vent'anni fa ha beneficiato di prezzi e tassi che oggi non esistono più. Lasciare che il costo dell'abitare sia interamente scaricato su chi entra ora nel mercato del lavoro significa, di fatto, chiedere a una generazione di pagare il conto di una rendita altrui.
CONTRO
I contrari sostengono che i tetti ai canoni abbiano una storia documentata, e non buona. Dove sono stati applicati in modo rigido, dall'equo canone italiano degli anni Settanta ai casi più recenti in Europa, il risultato ricorrente è stato la riduzione dell'offerta: i proprietari ritirano gli immobili dal mercato, li vendono, li tengono sfitti o li spostano su forme contrattuali non regolate. Il prezzo scende sulla carta e la disponibilità reale peggiora.
Il secondo argomento riguarda la manutenzione. Un canone compresso riduce l'incentivo a investire sull'immobile: il patrimonio si degrada, e a pagarne il prezzo è chi ci abita. Buona parte dello stock in affitto nelle città italiane è vecchio ed energivoro, e senza ritorno economico nessuno lo riqualifica.
Terzo, la diagnosi. Secondo questa posizione il problema italiano non è il prezzo ma la quantità: mancano case in affitto perché per decenni la politica abitativa ha incentivato l'acquisto e non la locazione, perché lo sfratto per morosità richiede tempi lunghissimi e perché l'edilizia residenziale pubblica è ferma da trent'anni. Un proprietario che sa di poter recuperare l'immobile in tempi ragionevoli affitta di più e chiede meno garanzie.
Infine la proposta alternativa: agire sull'offerta con riuso del patrimonio pubblico dismesso, incentivi fiscali robusti al canone concordato di lungo periodo, e student housing costruito in convenzione. Più lento, ammettono i sostenitori, ma è l'unico intervento che aumenta il numero di case invece di ridistribuire quelle che già ci sono.
Le due posizioni concordano su una cosa: 200 milioni non risolvono un problema che riguarda milioni di persone.
Divergono su cosa fare nel frattempo. Chi chiede il calmiere accetta il rischio di ridurre l'offerta pur di rendere sostenibile l'affitto oggi; chi punta sull'offerta accetta che oggi qualcuno resti fuori, per avere più case domani. Chi ha vent'anni adesso, questo domani, non lo vedrà.
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