I dati del primo semestre 2026 raccontano due cose insieme. Da un lato il miglioramento: le strutture pubbliche e private accreditate hanno erogato nei tempi di garanzia 1,6 milioni tra visite ed esami in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Le visite oncologiche rispettano i tempi nel 95,2% dei casi, le urgenti entro tre giorni sono passate dal 77,7% all'81%, le gastroenterologiche dal 70,8% al 74,7%.
Dall'altro il numero che resta: due milioni e 811mila italiani hanno atteso più del dovuto per una visita o un esame. Il governo ha attivato la piattaforma nazionale di monitoraggio, il cosiddetto "Cruscotto 2.0", per rendere i tempi visibili in tempo reale.
Il punto politico è come si è ottenuto il miglioramento: buona parte delle prestazioni recuperate passa dal privato accreditato, cioè strutture private pagate dal servizio pubblico. Ed è lì che il dibattito si accende.
A FAVORE
Chi difende il ricorso al privato accreditato parte da una domanda concreta: se un cittadino ha bisogno di una risonanza entro trenta giorni e l'ospedale pubblico può darla tra otto mesi, cosa dovrebbe rispondere il sistema? La risposta pragmatica è che la prestazione la eroghi chi ha la macchina libera, con il pubblico che paga il conto. Per il paziente il ticket è identico, e il diritto è garantito nei tempi.
Il secondo argomento riguarda i tempi di costruzione della capacità. Formare uno specialista richiede dieci anni, assumere richiede concorsi e piante organiche, aprire un reparto richiede investimenti pluriennali. La capacità produttiva del privato accreditato invece esiste già ed è sottoutilizzata: usarla è il modo più veloce di ridurre l'attesa mentre si ricostruisce il pubblico. I dati del semestre, sostengono i favorevoli, dimostrano che funziona.
Terzo, il controllo. L'accreditamento non è liberalizzazione: le strutture private accreditate operano su tariffe fissate dal pubblico, con requisiti di qualità verificati e tetti di spesa. È un sistema regolato, non un mercato libero, e la piattaforma di monitoraggio nazionale aumenta ulteriormente la trasparenza su chi eroga cosa e in quanto tempo.
Infine il dato di realtà: chi oggi non trova la prestazione nel pubblico non rinuncia, paga di tasca propria nel privato puro. In quel caso il costo lo sostiene interamente la famiglia, e chi non può se lo permettere rinuncia alle cure. Il convenzionamento, in questa lettura, è ciò che tiene dentro il sistema pubblico persone che altrimenti ne uscirebbero.
CONTRO
I critici osservano che il meccanismo ha un effetto collaterale strutturale. Il privato accreditato tende a concentrarsi sulle prestazioni programmabili e remunerative, diagnostica per immagini, ambulatoriale, chirurgia di bassa complessità, mentre pronto soccorso, terapie intensive, cronicità e casi complessi restano interamente sul pubblico. Nel tempo il pubblico si specializza in ciò che costa e non rende, e i suoi conti peggiorano per costruzione.
Il secondo argomento riguarda il personale. Un professionista che nel pubblico fa turni notturni e guardie, e nel privato accreditato lavora su agenda programmata con retribuzioni spesso migliori, tende a spostarsi. Ogni euro che finanzia capacità privata senza finanziare contemporaneamente assunzioni e retribuzioni pubbliche, sostengono i contrari, accelera lo svuotamento degli ospedali.
Terzo, la lettura dei numeri. 1,6 milioni di prestazioni in più è un dato reale, ma resta a fronte di 2,8 milioni di persone fuori tempo massimo. E il miglioramento riguarda soprattutto le classi di priorità alta, quelle su cui si misura la performance: la domanda è cosa succede alle prestazioni differibili, dove il monitoraggio è meno stringente e dove si accumula la parte sommersa dell'attesa.
Infine il nodo della governance: senza un aumento del fondo sanitario in rapporto al PIL, ogni euro speso in convenzione è un euro che non va sul pubblico. I critici non chiedono di chiudere l'accreditato, chiedono che sia un ponte e non un modello permanente, e osservano che finora nessuno ha indicato quando quel ponte dovrebbe finire.
Il miglioramento del primo semestre 2026 è documentato e va riconosciuto. Anche il numero di chi resta fuori lo è.
La domanda che il Cruscotto 2.0 non può risolvere è di indirizzo: la capacità produttiva mancante si compra fuori o si ricostruisce dentro? Finora l'Italia ha risposto "entrambe le cose", senza dire in quale proporzione, ed è nella proporzione che si decide che sanità avremo tra dieci anni.
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